05/03/2010 -
IBM COMPLETA IL SUO KIT DI NANOFOTONICA
Il futuro dell'elettronica è radioso, i microchip dell'era del post-silicio non hanno che l'imbarazzo della scelta tra memristori, grafene e la nanofotonica, meccanismo con il quale le comunicazioni tra i componenti funzionali avviene attraverso microscopici raggi laser piuttosto che sulle tradizionali piste prestampate. Proprio in quest'ultimo ambito la iperattiva IBM dice di aver ottenuto l'ennesima meraviglia tecnologica, un "fotorilevatore dell'effetto valanga nanofotonico" con cui si conclude la fase di ricerca e si avvia quella della concretizzazione delle promesse di uno degli orizzonti più avveniristici della moderna industria elettronica.
Il nuovo "avalanche photodetector" di Big Blue è in grado di ricevere impulsi ottici che viaggiano a una velocità di 40 Gigabit al secondo, usa una fonte energetica di 1,5 Volt (non molto dissimile da un Core 2 Duo qualsiasi insomma) ed è composto dai tradizionali elementi silicio e germanio usati nell'industria.
E il germanio è appunto responsabile del suddetto "effetto valanga" elettronico scatenato dalla ricezione dei raggi luminosi, un fenomeno capace di amplificare di dieci volte l'informazione codificata negli impulsi permettendo di implementare le comunicazioni fra transistor su scala nanoscopica.
"Nel corso di diversi anni, IBM è stata impegnata nello sviluppo di un toolkit di nanofotonica per la creazione di comunicazioni ottiche tra chip comprendente sistemi direzionali di micro-onde, modulatori, switch e ora l'ultimo pezzo del puzzle, il nostro fotorilevatore dell'effetto valanga nanofotonico" ha dichiarato Solomon Assefa di IBM. "Ora abbiamo tutto ciò che ci occorre - ha continuato Assefa - per cominciare a integrare le comunicazioni fotoniche accanto ai transistor e trasformare questo sogno in realtà".
Entusiasmo dei ricercatori a parte, IBM stima che la nanofotonica non entrerà nella vita dell'appassionato medio di informatica e tecnologia almeno per un altro paio di lustri. A quel punto le comunicazioni ottiche nell'ordine di qualche nanometro dovrebbe essere la norma accanto ai superveloci chip al grafene, le memorie a cambiamento di fase e le DeLorean volanti.
Alfonso Maruccia
Fonte: Punto Informatico
Il nuovo "avalanche photodetector" di Big Blue è in grado di ricevere impulsi ottici che viaggiano a una velocità di 40 Gigabit al secondo, usa una fonte energetica di 1,5 Volt (non molto dissimile da un Core 2 Duo qualsiasi insomma) ed è composto dai tradizionali elementi silicio e germanio usati nell'industria.
E il germanio è appunto responsabile del suddetto "effetto valanga" elettronico scatenato dalla ricezione dei raggi luminosi, un fenomeno capace di amplificare di dieci volte l'informazione codificata negli impulsi permettendo di implementare le comunicazioni fra transistor su scala nanoscopica.
"Nel corso di diversi anni, IBM è stata impegnata nello sviluppo di un toolkit di nanofotonica per la creazione di comunicazioni ottiche tra chip comprendente sistemi direzionali di micro-onde, modulatori, switch e ora l'ultimo pezzo del puzzle, il nostro fotorilevatore dell'effetto valanga nanofotonico" ha dichiarato Solomon Assefa di IBM. "Ora abbiamo tutto ciò che ci occorre - ha continuato Assefa - per cominciare a integrare le comunicazioni fotoniche accanto ai transistor e trasformare questo sogno in realtà".
Entusiasmo dei ricercatori a parte, IBM stima che la nanofotonica non entrerà nella vita dell'appassionato medio di informatica e tecnologia almeno per un altro paio di lustri. A quel punto le comunicazioni ottiche nell'ordine di qualche nanometro dovrebbe essere la norma accanto ai superveloci chip al grafene, le memorie a cambiamento di fase e le DeLorean volanti.
Alfonso Maruccia
Fonte: Punto Informatico
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