10/11/2009 -
PRIMA LA BANDA E POI LA PA DIGITALE
La storia degli 800 milioni di euro per l'implementazione di infrastrutture di connettività prima messi sul tavolo e poi repentinamente ritirati dal Governo è, sebbene non senza qualche incertezza, ormai nota. La decisione dell'Esecutivo ha - come era naturale - sollevato un vespaio di polemiche, malumori e dissensi ed è stata da più parti duramente contestata tanto da indurre Palazzo Chigi a ritornare, almeno parzialmente, sui propri passi ed a riprendere rapidamente in considerazione l'idea di investire almeno parte dei promessi 800 milioni in banda larga.
Il confronto - tra il fronte del no e quello del sì - si è sin qui svolto su di un piano prettamente politico ed economico e, come tale, ogni valutazione - in un senso e nell'altro - è stata fondata su considerazioni di opportunità, di convenienza e, soprattutto, su giudizi prognostici.
C'è, tuttavia, un profilo - a mio avviso sin qui rimasto sullo sfondo - che credo, al contrario, andrebbe affrontato con serietà ed urgenza: quello giuridico.
Nel dibattito degli ultimi giorni, infatti, il Governo ha sostanzialmente trattato la questione degli investimenti in banda larga quasi quest'ultima fosse una concessione o addirittura un lusso da riconoscere ai cittadini come un tempo accadeva con le grazie regali, e ciò ha consentito che si motivasse la decisione di rinviare l'investimento con l'esigenza di uscire prima dalla crisi.
È un approccio completamente sbagliato e privo di ogni fondamento non già su di un piano politico - non ho competenze per pronunciarmi in tal senso - ma, certamente sotto un profilo giuridico e costituzionale.
Il Codice dell'Amministrazione Digitale nonché un interminabile elenco di leggi, norme e disposizioni introdotte nel nostro ordinamento, in maniera crescente, negli ultimi mesi mirano a rendere, come si dice, quasi fosse uno spot, la nostra Pubblica amministrazione digitale ed a far sì che quest'ultima dialoghi con i cittadini - in via preferenziale e, in taluni casi, addirittura esclusiva - attraverso strumenti informatici e telematici.
Lo stesso Ministro per la Pubblica amministrazione e l'innovazione, Renato Brunetta, lo scorso 17 ottobre, illustrando alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati l'indagine conoscitiva sullo stato dell'innovazione nella PA ha snocciolato un lungo elenco di progetti che, nei prossimi mesi, dovrebbero, a suo dire, porre le nuove tecnologie al centro dei rapporti tra PA e cittadini: la posta elettronica certificata sarebbe destinata a divenire il mezzo di riferimento per le comunicazioni ai cittadini nonché per la presentazione di istanze alla Pubblica Amministrazione, il progetto "Rete Amica" dovrebbe migrare su tecnologia VoIP, tutte le pubbliche amministrazioni italiane ed i loro indirizzi PEC dovrebbero confluire in un unico indice facilmente navigabile dai cittadini anche attraverso i motori di ricerca e, ancora, i pagamenti alla PA dovrebbero poter esser fatti online così come online dovrebbe svolgersi la più parte dell'attività burocratico-amministrativa connessa al mondo della sanità pubblica.
L'art. 3 del Codice dell'amministrazione digitale, d'altro canto, prevede che "I cittadini e le imprese hanno diritto a richiedere ed ottenere l'uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e con i gestori di pubblici servizi statali nei limiti di quanto previsto nel presente codice".
Si tratta, almeno nelle promesse, di un'autentica rivoluzione.
Allo stato, tuttavia, ed in assenza di un'omogenea ed universale diffusione delle risorse di connettività presso l'intera popolazione italiana, l'esito di questa rivoluzione sarebbe incompatibile con la nostra carta costituzionale.
Il Vice Ministro Romani, nella sua audizione presso la Commissione trasporti della Camera dei deputati del 9 giugno ha riferito un dato noto ma, a suo stesso dire, "allarmante: ovvero che il 13% della popolazione - 7,8 milioni di italiani - non ha una connessione a internet o ha una banda insufficiente... ciò significa - ha aggiunto lo stesso Romani - che quasi 8 milioni di persone - meno di un italiano su 8 - non può usufruire dei servizi della società dell'informazione".
Il Vice Ministro fa discendere da tale dato una conseguenza di carattere politico: ciò "renderebbe vani gli sforzi che gli altri Ministeri - Funzione Pubblica in primis, ma anche Sanità, Istruzione ecc. - stanno facendo per portare la Pubblica Amministrazione online".
Conclusione corretta, ma c'è di più.
Non si tratta solo di rendere vani gli sforzi degli altri Ministeri quanto piuttosto di rendere illegittime la più parte delle iniziative legislative ed amministrative - assunte e che, nei prossimi mesi, dovessero essere assunte - nella direzione della digitalizzazione dell'azione della PA.
L'art. 3 della nostra Costituzione, infatti, stabilisce che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Il digital divide che affligge il Paese credo possa - in una lettura moderna dell'art. 3 della nostra Costituzione - essere ritenuto un ostacolo che limita la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e che, pertanto, sarebbe compito dello Stato rimuovere.
A leggere così il secondo comma dell'art. 3 ci si avvede che esso contiene - sebbene solo a livello embrionale - il principio, da più parti invocato, secondo il quale le risorse di connettività costituiscono un servizio universale, proprio come il telefono, e devono, pertanto, essere rese accessibili all'intera popolazione anche a condizioni anti-economiche.
Nessuna grazia o concessione né, tantomeno, un lusso: rendere disponibili adeguate risorse di connettività all'intera popolazione italiana è, piuttosto, un vero e proprio obbligo costituzionale dello Stato.
Mi sembra francamente difficile, nel 2009, nel secolo della Rete e nella società dell'informazione, non condividere tale lettura del principio di eguaglianza sancito all'art. 3 della Costituzione. Tuttavia, anche qualora non si volesse qualificare l'indisponibilità di adeguate risorse di connettività come un ostacolo che compete allo Stato rimuovere, occorrerebbe comunque pervenire alla conclusione che, nell'attuale situazione, ogni iniziativa legislativa che dovesse consentire - o addirittura obbligare - i cittadini all'esercizio di qualsivoglia genere di diritto civile o politico "a mezzo Internet" si porrebbe in insanabile contrasto con il primo comma dell'art. 3 e risulterebbe, pertanto, illegittima.
È infatti evidente che riconoscere tali facoltà o addirittura imporre simili obblighi in un contesto nel quale 8 milioni di cittadini non dispongono delle necessarie risorse di connettività significa trattare i cittadini in modo diseguale, dividendoli in due categoria: una di serie A i cui appartenenti hanno un effettivo vantaggio dalla digitalizzazione della PA ed una di serie B i cui appartenenti sono ingiustificatamente discriminati e non possono, incolpevolmente, approfittare dei vantaggi offerti dalla digitalizzazione della PA.
Per tale via si perviene necessariamente ad una conclusione: sino a che l'intera popolazione italiana non sarà posta in condizioni di accedere ad adeguate risorse di connettività non solo non è opportuno continuare ad investire risorse nell'informatizzazione della Pubblica Amministrazione (almeno con riferimento al front-office) ma, procedervi, risulterebbe addirittura illegittimo.
Meno PEC, emoticon e gadgets innovativi, dunque, e più banda larga. Non perché sia più opportuno ma perché è costituzionalmente indispensabile.
Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
Fonte : Punto Informatico
Il confronto - tra il fronte del no e quello del sì - si è sin qui svolto su di un piano prettamente politico ed economico e, come tale, ogni valutazione - in un senso e nell'altro - è stata fondata su considerazioni di opportunità, di convenienza e, soprattutto, su giudizi prognostici.
C'è, tuttavia, un profilo - a mio avviso sin qui rimasto sullo sfondo - che credo, al contrario, andrebbe affrontato con serietà ed urgenza: quello giuridico.
Nel dibattito degli ultimi giorni, infatti, il Governo ha sostanzialmente trattato la questione degli investimenti in banda larga quasi quest'ultima fosse una concessione o addirittura un lusso da riconoscere ai cittadini come un tempo accadeva con le grazie regali, e ciò ha consentito che si motivasse la decisione di rinviare l'investimento con l'esigenza di uscire prima dalla crisi.
È un approccio completamente sbagliato e privo di ogni fondamento non già su di un piano politico - non ho competenze per pronunciarmi in tal senso - ma, certamente sotto un profilo giuridico e costituzionale.
Il Codice dell'Amministrazione Digitale nonché un interminabile elenco di leggi, norme e disposizioni introdotte nel nostro ordinamento, in maniera crescente, negli ultimi mesi mirano a rendere, come si dice, quasi fosse uno spot, la nostra Pubblica amministrazione digitale ed a far sì che quest'ultima dialoghi con i cittadini - in via preferenziale e, in taluni casi, addirittura esclusiva - attraverso strumenti informatici e telematici.
Lo stesso Ministro per la Pubblica amministrazione e l'innovazione, Renato Brunetta, lo scorso 17 ottobre, illustrando alla Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati l'indagine conoscitiva sullo stato dell'innovazione nella PA ha snocciolato un lungo elenco di progetti che, nei prossimi mesi, dovrebbero, a suo dire, porre le nuove tecnologie al centro dei rapporti tra PA e cittadini: la posta elettronica certificata sarebbe destinata a divenire il mezzo di riferimento per le comunicazioni ai cittadini nonché per la presentazione di istanze alla Pubblica Amministrazione, il progetto "Rete Amica" dovrebbe migrare su tecnologia VoIP, tutte le pubbliche amministrazioni italiane ed i loro indirizzi PEC dovrebbero confluire in un unico indice facilmente navigabile dai cittadini anche attraverso i motori di ricerca e, ancora, i pagamenti alla PA dovrebbero poter esser fatti online così come online dovrebbe svolgersi la più parte dell'attività burocratico-amministrativa connessa al mondo della sanità pubblica.
L'art. 3 del Codice dell'amministrazione digitale, d'altro canto, prevede che "I cittadini e le imprese hanno diritto a richiedere ed ottenere l'uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e con i gestori di pubblici servizi statali nei limiti di quanto previsto nel presente codice".
Si tratta, almeno nelle promesse, di un'autentica rivoluzione.
Allo stato, tuttavia, ed in assenza di un'omogenea ed universale diffusione delle risorse di connettività presso l'intera popolazione italiana, l'esito di questa rivoluzione sarebbe incompatibile con la nostra carta costituzionale.
Il Vice Ministro Romani, nella sua audizione presso la Commissione trasporti della Camera dei deputati del 9 giugno ha riferito un dato noto ma, a suo stesso dire, "allarmante: ovvero che il 13% della popolazione - 7,8 milioni di italiani - non ha una connessione a internet o ha una banda insufficiente... ciò significa - ha aggiunto lo stesso Romani - che quasi 8 milioni di persone - meno di un italiano su 8 - non può usufruire dei servizi della società dell'informazione".
Il Vice Ministro fa discendere da tale dato una conseguenza di carattere politico: ciò "renderebbe vani gli sforzi che gli altri Ministeri - Funzione Pubblica in primis, ma anche Sanità, Istruzione ecc. - stanno facendo per portare la Pubblica Amministrazione online".
Conclusione corretta, ma c'è di più.
Non si tratta solo di rendere vani gli sforzi degli altri Ministeri quanto piuttosto di rendere illegittime la più parte delle iniziative legislative ed amministrative - assunte e che, nei prossimi mesi, dovessero essere assunte - nella direzione della digitalizzazione dell'azione della PA.
L'art. 3 della nostra Costituzione, infatti, stabilisce che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Il digital divide che affligge il Paese credo possa - in una lettura moderna dell'art. 3 della nostra Costituzione - essere ritenuto un ostacolo che limita la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e che, pertanto, sarebbe compito dello Stato rimuovere.
A leggere così il secondo comma dell'art. 3 ci si avvede che esso contiene - sebbene solo a livello embrionale - il principio, da più parti invocato, secondo il quale le risorse di connettività costituiscono un servizio universale, proprio come il telefono, e devono, pertanto, essere rese accessibili all'intera popolazione anche a condizioni anti-economiche.
Nessuna grazia o concessione né, tantomeno, un lusso: rendere disponibili adeguate risorse di connettività all'intera popolazione italiana è, piuttosto, un vero e proprio obbligo costituzionale dello Stato.
Mi sembra francamente difficile, nel 2009, nel secolo della Rete e nella società dell'informazione, non condividere tale lettura del principio di eguaglianza sancito all'art. 3 della Costituzione. Tuttavia, anche qualora non si volesse qualificare l'indisponibilità di adeguate risorse di connettività come un ostacolo che compete allo Stato rimuovere, occorrerebbe comunque pervenire alla conclusione che, nell'attuale situazione, ogni iniziativa legislativa che dovesse consentire - o addirittura obbligare - i cittadini all'esercizio di qualsivoglia genere di diritto civile o politico "a mezzo Internet" si porrebbe in insanabile contrasto con il primo comma dell'art. 3 e risulterebbe, pertanto, illegittima.
È infatti evidente che riconoscere tali facoltà o addirittura imporre simili obblighi in un contesto nel quale 8 milioni di cittadini non dispongono delle necessarie risorse di connettività significa trattare i cittadini in modo diseguale, dividendoli in due categoria: una di serie A i cui appartenenti hanno un effettivo vantaggio dalla digitalizzazione della PA ed una di serie B i cui appartenenti sono ingiustificatamente discriminati e non possono, incolpevolmente, approfittare dei vantaggi offerti dalla digitalizzazione della PA.
Per tale via si perviene necessariamente ad una conclusione: sino a che l'intera popolazione italiana non sarà posta in condizioni di accedere ad adeguate risorse di connettività non solo non è opportuno continuare ad investire risorse nell'informatizzazione della Pubblica Amministrazione (almeno con riferimento al front-office) ma, procedervi, risulterebbe addirittura illegittimo.
Meno PEC, emoticon e gadgets innovativi, dunque, e più banda larga. Non perché sia più opportuno ma perché è costituzionalmente indispensabile.
Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
Fonte : Punto Informatico
-
news...
-
03/09/2010
Fastweb, colazione con la superfibra -
24/08/2010
Intel Atom, è il momento del dual-core -
17/08/2010
Wired e la morte del Web -
13/08/2010
Google dice, Google fa -
06/08/2010
Microsoft, martedì di patch da record -
02/08/2010
iPhone 4, prova sul campo -
30/07/2010
PEC tre mesi dopo -
26/07/2010
Wikileaks e i diari della guerra -
23/07/2010
India, un tablet da 35 dollari -
21/07/2010
Mozilla cura Firefox e Thunderbird -
16/07/2010
Intel, ecco le imminenti CPU next-gen -
14/07/2010
Utenti di Windows XP? Patch now! -
12/07/2010
Telecom, licenziamenti in vista -
08/07/2010
Microsoft, tool gratis per lo sviluppo web -
06/07/2010
Africa, connettività fresca -
02/07/2010
PEC, o ci sei o ci sei -
25/06/2010
Cassazione: modificare le console e' reato -
10/06/2010
Google: i governi fermino la Cina -
26/05/2010
Sicurezza, l'erede del phishing -
19/05/2010
Zynga e Facebook, 5 di questi anni -
17/05/2010
YouTube, due miliardi di questi video -
05/05/2010
Nuovi Atom, tutte le specifiche -
30/04/2010
Twitter e i cinque gradi di separazione -
23/04/2010
Street View, Google mappa anche il WiFi -
21/04/2010
Facebook: basta dieta, pensiamo al search -
16/04/2010
Cenere e motori, perché lo stop ai voli -
12/04/2010
iPhone, sviluppatori in rivolta? -
08/04/2010
iPad, primo contatto -
06/04/2010
iPad esordisce, applausi del pubblico -
29/03/2010
Italia, innovazione in retromarcia -
29/03/2010
Facebook, nuovo giro di privacy -
26/03/2010
Parigi, una legge per dimenticare -
16/03/2010
Un orizzonte da assaporare, con la lingua -
15/03/2010
Nuova Zelanda, avere un filtro e non sentirlo -
12/03/2010
USA, banda larga in dirittura d'arrivo -
05/03/2010
IBM completa il suo kit di nanofotonica -
01/03/2010
USA, Internet è informazione -
25/02/2010
Consigli l'open? Sei nemico del copyright -
19/02/2010
UE, via libera al browser libero -
16/02/2010
Italia.it, problemi per la traduzione -
12/02/2010
Microsoft torna a caccia di pirati -
18/01/2010
Class action, Skype si salva in corner -
14/01/2010
Google VS Cina, il day after -
07/01/2010
Intermediari in cerca d'autore -
24/12/2009
La PEC e l'identificazione del titolare -
23/12/2009
Firefox 3.5, il più popolare tra i browser -
02/12/2009
Facebook: più privacy per tutti -
26/11/2009
Quando Blu-ray incontra USB 3.0 -
20/11/2009
Meloni: un nuovo diritto d'autore -
10/11/2009
Prima la banda e poi la PA digitale -
06/11/2009
Skype, pace fatta -
05/11/2009
Banda larga: arrivederci al 2011 -
30/10/2009
Le DirectX 11 anche in Windows Vista -
26/10/2009
Caricabatterie universale, anche l'ONU dice OK -
22/10/2009
Piacere, mi chiamo Seven -
21/10/2009
Il primo Eee PC da 12 pollici -
16/10/2009
NoLogo/ Il marketing e la banda finlandese -
14/10/2009
Microsoft sgancia un grappolo di patch -
12/10/2009
L'Europa a caccia di spam -
09/10/2009
Si può filtrare la rete ? -
09/10/2009
Microsoft, in arrivo una pioggia di patch -
07/10/2009
Crisi? La pubblicità online sta bene -
05/10/2009
I Pirati non si comprano. E navigano verso Est -
28/09/2009
Niente più carta per un dominio italiano -
25/09/2009
PA e Microsoft per l'istruzione -
21/09/2009
YouTube, una vetrina per le major -
17/09/2009
Phishing via chat, malware via web 2.0 -
15/09/2009
Svizzera: Street View non ci piace -
14/09/2009
Cellulari, la portabilita' e' sancita -
10/09/2009
Germania, l'elettricità è fatta in casa -
07/09/2009
Google, un algoritmo ecologico -
04/09/2009
Office, Word è salvo. Per ora -
31/08/2009
Contrappunti/ La politica di Facebook -
28/08/2009
Yahoo!: il video lo vedi da noi -
17/08/2009
Malati di Facebook? No, per 'colpa' di Facebook -
07/08/2009
Il giovedì nero dei social network -
06/08/2009
Murdoch: tutto ha un prezzo -
05/08/2009
Facebook e il grid computing -
03/08/2009
Contrappunti/ La disintossicazione digitale -
31/07/2009
Windows 7 e' gia' craccato -
29/07/2009
Microsoft, ecco le patch salva Windows -
27/07/2009
La microSD connette -
22/07/2009
Firefox 3.7, bottoni e trasparenze per tutti -
20/07/2009
Il Decreto Sviluppo si abbatte sui domini -
14/07/2009
Facebook, un affare da 6,5 miliardi -
10/07/2009
Ora Google Maps sa dove sei -
08/07/2009
IE inciampa su un ActiveX fallato -
26/06/2009
Servizio posta certificata per le P.A. -
26/06/2009
Il Web rende piu' della TV -
24/06/2009
Facebook e privacy, binomio imperfetto -
22/06/2009
Contrappunti/ L'Iran è sul Web -
15/06/2009
Non basta un IP per fare un pirata -
12/06/2009
YouTube, crocevia dei social network -
11/06/2009
Chiuso per rettifica -
04/06/2009
Pechino silenzia la rete cinese -
19/05/2009
Google libera i marchi altrui -
13/05/2009
Software, i numeri del sommerso -
07/05/2009
SIAE libera gli autori? -
17/04/2009
Bollini SIAE, un vero ritorno? -
08/04/2009
Design partecipativo per i Ministero di Giustizia -
31/03/2009
Firefox sistema le falle zero-day -
30/03/2009
San Martino pieve dell'aucia
